Kurukshetra Vrindavana Jagannath Puri - Diario 27 febbraio 2019

Piano piano siamo arrivati all’ultimo giorno di questo viaggio e ispirati dalla meditazione della mattina abbiamo deciso di proseguire con la lettura e lo studio della Bhagavad-Gita, ci siamo preparati e predisposti a tale lavoro con un bhajan.

Nel capitolo sedici si descrive la natura divina propria delle persone illuminate (sura) e quella ottenebrata propria delle persone condizionate dalla passione e dall’ignoranza (asura). Gli uomini degradati non riescono ad avvicinarsi al Divino e rinascendo vita dopo vita sprofondano sempre più in condizioni di esistenza caratterizzate dalla sofferenza.
Nel capitolo diciassette si descrivono le fedi religiose che si differenziano in tre categorie a seconda del guna (forze che legano alla dimensione materiale) che le caratterizza: per ognuna di queste categorie (virtù, passione e ignoranza) si descrivono nel dettaglio le azioni delle persone nella fede religiosa di appartenenza.
Abbiamo poi riflettuto sul tema della carità che ci ha sollevato dubbi e domande durante il soggiorno in India: abbiamo infatti visto spesso persone elemosinare, a volte anche donne con i loro bambini e questo ci ha messo in difficoltà. La domanda che ci poniamo è: “chi è degno di ricevere la carità?”.
La carità è la manifestazione di un atto di benevolenza che viene dal desiderio di fare un gesto d’amore verso qualcuno, in questo gesto l’oggetto dello scambio è l’amore, per questo è degno della carità chi l’accetta e non la disprezza. Se non si conoscono le situazioni in cui si trova la persona il gesto di benevolenza ha un margine di rischio in quanto non possiamo sapere che uso farà la persona con ciò che le doniamo. Il rischio è quello di partecipare al degrado della persona che utilizza la carità per fini non evolutivi e per questo è importante conoscere, osservare e discernere.
Dopo la colazione ci siamo diretti al tempio di Gopinath, il Signore delle Gopi: il luogo rappresenta gli scambi d’amore tra le gopi e il Divino ed è frequentato quasi esclusivamente da donne. Appena siamo entrati abbiamo infatti percepito la dolce energia e la solidarietà femminile, ci sono donne più anziane e quelle più giovani ma tutte partecipano con devozione e amicizia nell’adorare il Divino. Possiamo visualizzare tante gopi intente a servire l’Amato Krishna: chi suona, chi danza, chi canta ma tutto viene eseguito in modo delicato e giocoso.
Proprio come Krishna quando gioca a nascondino con le gopi apparendo e scomparendo alla loro vista così la murti si disvela e si cela ai nostri occhi attraverso una tenda colorata che viene aperta e chiusa. Ci siamo quindi trovati ad aspettare il darshan della Divinità, a predisporci suonando strumenti semplici ma efficaci per creare l’atmosfera dell’invocazione fino al desiderato incontro quando la tenda viene aperta. Con l’esperienza di questo viaggio ci portiamo a casa l’idea concreta che il Divino può rivelarsi attraverso la murti, altre volte nel Santo Nome, altre in sogno e così via e più riusciamo a rendere pura la nostra esistenza e il nostro cuore più abbiamo possibilità di trovarLo.
Le donne presenti al tempio ci coinvolgono nell’adorazione: ci fanno sedere vicino a loro e in qualche modo ci fanno sentire tra sorelle. Il tempio è tutto decorato e al suo interno c’è la secolare mantella originaria, fatta interamente di tulasi, appartenuta a Madhu Pandit Goswami che aveva in cura la Divinità di Gopinath. La murti risale a 5000 anni fa al tempo di Vraja, pronipote di Krishna.
Da lì ci siamo poi diretti verso il vicino tempio di Radha Vinoda per prendere il prasada che abbiamo rispettato dopo alcuni bajan. Le pietanze erano tutte deliziose ed erano servite con tanta generosità nello spirito dell’offerta e del servizio verso chi è ospite. I canti che abbiamo fatto e il luogo particolare e mistico ci hanno, come il giorno precedente, portati su una frequenza più alta e trascendentale. Siamo tornati in hotel verso le 14:00 e abbiamo iniziato a fare le valige con un po' di tristezza.
Alle 16:00 ci siamo incontrati al riparo dai capricci del tempo piovigginoso per leggere l’ultimo capitolo della Bhagavad-Gita in cui dopo aver dispensato la conoscenza più confidenziale Krishna dice ad Arjuna di rifletterci bene e poi di agire secondo il suo desiderio. Quest’ultima affermazione è uno splendido esempio di libertà e generosità, in cui senza obblighi e forzature Krishna chiede semplicemente di pensare a Lui.
Abbiamo fatto poi un momento di raccoglimento in cui ognuno ha potuto condividere l’esperienza fatta durante il viaggio: un’esperienza evolutiva che ci ha fatti crescere su diversi piani della nostra persona e ci ha dato tanta conoscenza e un bagaglio di vissuti che piano piano anche dopo il rientro a casa potremo ordinare ed elaborare.

Cogliamo l’occasione per riportare la riflessione di una nostra compagna di viaggio:

Cosa mi porto via dal viaggio?
Un bagaglio grande, immenso, ricco e pesante che se lo pesano resto in India a vita come se avessi depredato ogni centimetro dell’India. Mi porto via esperienze, sorrisi, colori, odori, sacralità, fede, amicizie, cibo buono, fiori, animali e non per ultimo la conoscenza o quanto meno il tentativo di mettere ordine sulla strada spirituale intrapresa da apprendista solitaria grazie al meraviglioso dono che è la vita e grazie al luogo dove vivo. Nella ricerca del Divino alcune risposte già in questo viaggio sono arrivate, intanto di smettere di cercarLo in quanto è chiaro che mi si è presentato in svariate forme e mi ha detto guardami sono qui girati sono anche di qua [Si Ti vedo]
E poi ancora più forte è il desiderio di relazionarmi con Lui ogni momento della giornata. La cosa più bella sarà quando a casa aprirò quel bagaglio e incomincerò a metterlo a posto piano piano collocando ogni esperienza, ogni lezione, ogni parola al suo posto e le sentirò risuonare dentro di me come verità assolute. Grazie a tutti.


Daniela

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