Orissa- Diario del 6 marzo 2013

Ci rechiamo al tempio di Haridas Thakur, questa volta con il Maestro.

Camminiamo per le strade di Puri osservando le grandi trasformazioni che stanno avvenendo in questa sacra città, non sempre coerenti con la grande tradizione spirituale del posto. Ma questo processo non ci spaventa, anzi: ci stimola ancor di più a cercare dentro di noi quella visione capace di farci sperimentare gli aspetti più luminosi della nostra esistenza, qui comunque tramandati da una cultura millenaria.

"Dobbiamo imparare ad accettare quel che la vita ci offre - dice il Maestro - rispondere secondo i nostri princìpi etici ed accogliere positivamente, attivamente e soprattutto evolutivamente quel che la vita ci offre, non vivere passivamente".

Il luogo dove ci siamo seduti è adiacente al Samadhi di Haridas Thakura. Questo santo vaishnava lasciò questo mondo mentre cantava il nome Krishna. Il Maestro Ferrini riprende il discorso nel pomeriggio facendoci riflettere sulla necessità di affrontare la morte in maniera costruttiva. Non solo la nostra morte perché, prima che perdiamo noi questo corpo, tante persone care ci lasceranno e se non arriviamo preparati vivremo questa esperienza in modo distruttivo senza coglierne i lati evolutivi e significativi.

Haridas Takhura invece lascia il corpo cantando i nomi del Signore. Cantava 300mila nomi del Signore e Caitanya Mahaprabhu, incarnazione di Dio, lo aveva ispirato al perdono ed alla umiltà. I suoi primi insegnamenti suggeriscono che se vuoi essere capace di danzare in estasi pronunciando i nomi divini, vivere questa coscienza senza il peso della malattia, della vecchiaia e della morte devi diventare umile come un filo d'erba.

Dice il Maestro: “Avete visto mai un filo d'erba sul bordo della strada che vuole essere servito e riverito?”

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