Yoga Retreat Sardegna - Diario 21 maggio 2019

Mattino, 4 e 30. La mitezza azzurra della luce della luna ci fa strada, mentre percorriamo il sentiero che ci condurrà alla nostra postazione preferita per la meditazione. Non vediamo quali fiori costellino il paesaggio circostante, ma ne intuiamo i colori attraverso la percezione del loro profumo. La giornata di oggi è dedicata alla riflessione sull'elemento Terra, fonte della stabilità, del radicamento e di tutte le forze vitali, femminili e materne, che offrono amore nella forma di nutrimento e protezione. Iniziamo la giornata con il canto dei Santi Nomi.

Più tardi, la pratica di yoga ci ricorda che la pace, shanti, è prima di tutto una condizione permanente, che scaturisce dal profondo della nostra anima e si irraggia, come le radici di una pianta mai toccata dall'erosione del tempo, verso le altre creature e in tutto l'universo, consolidandone la struttura e rigenerandola.

Dopo colazione, ci avviamo verso la costa, per la lezione. I faraglioni di roccia lavica, scaturita come fuoco liquido dal profondo torrido del ventre terrestre, si stagliano contro il cielo terso, color turchese. Forse si sono spinti fino a qui per lasciare che l'acqua del mare potesse portare loro un po' di refrigerio, dopo un paziente lavoro durato milioni di anni. Il seva, il servizio, è un'azione che si compie in funzione del dharma, operando su un piano superiore, con l'effetto di rendere migliore colui che offre, onorare colui che riceve e consolidare così il patto segreto che vige da sempre tra il microcosmo e il macrocosmo, tra terra e cielo.

L'energia della natura materiale, la prakriti, onorata nei riti delle tradizioni spirituali di ogni luogo e tempo, ha tanti nomi, perché la sua matrice è personale, non impersonale, ed è questa stessa matrice personale a governarne l'energia. In funzione delle caratteristiche specifiche di questa personalità, essa assume innumerevoli epiteti, affinché divenga possibile entrare in relazione con lei, e reciprocarne la forza attrattiva. Nelle nove Upanishad della Shakti, la potenza femminile che complementa la controparte maschile, potente, la dea madre assume molte forme, caratteristiche e nomi: Sundari, la bellezza, Tapani, il calore, Lakshmi, la prosperità, Sita, la "nata nel solco" e servitrice devota di Rama, il Signore del piacere, dotata della capacità di esaudire i desideri del marito prima ancora che egli li manifesti.

Srila Prabhupada ci mette in guardia di fronte alla forza di attrazione esercitata su tutti noi da parte dell'energia materiale, così potente, affascinante ma allo stesso tempo soverchiante per la sua magnificente alterità. E' infatti opportuno ricordarsi di non perdere mai il contatto, nella relazione con essa, con la forma personale, Vishnu Krishna, rispetto alla quale la polarità femminile è inseparabile. 

La materia è così potente da imporci di maneggiarla con cura. Allo stesso tempo, non possiamo farne a meno. Infatti, come Krishna insegna nella Bhagavad Gita, III.33, "Anche il saggio agisce secondo la propria natura, poiché è così per tutti gli esseri. A che serve dunque reprimere questa natura?". Entrare in relazione con la natura, nel rispetto e nell'amore, significa vivere in maniera religiosa la propria esistenza, riconoscendo la sacralità dell'altro, delle circostanze e del luogo in cui ci si trova. Significa anche conoscere profondamente la propria natura, composta dai tre guna (azione-rajas, ignoranza-tamas, virtù-sattva), irreversibile ma soggetta a mutamento, quindi anche al processo di evoluzione. Significa comprendere la realtà e  accettare la sacralità della prakriti. Solo in questo modo si può sviluppare una autentica coscienza della relazione d'amore con se stessi, con gli altri, con il creato e con il Creatore. Solo in questo modo il rasa, il piacere spirituale, può scaturire senza ostacoli, dubbi, né condizionamenti.

La relazione con l'energia materiale è essa stessa una forma di amore. Sul piano spirituale, corrisponde alla relazione tra il potente, il polo maschile, Krishna, e la sua potenza, il polo femminile, Radha. Questa relazione scaturisce dall'unica matrice spirituale, fatta di sat, cit e ananda e si moltiplica, tanti quanti sono i granelli di sabbia, in innumerevoli coppie divine e personali, ciascuna dotata di specifiche caratteristiche e funzioni. I fratelli-amici, ad esempio, come Krishna e Balarama.

Il mondo contemporaneo e lo yoga moderno rischiano di perdere progressivamente questi valori, tramandatici da millenni e conservati nella memoria collettiva dell'umanità. Allentare o, perfino, perdere del tutto il contatto con una tradizione condivisa rispetto alla quale sia possibile ritrovarsi e riconoscersi, può comportare questi effetti. Senza il sacro si perderebbe poi il senso ulteriore che innerva la vita in tutte le sue manifestazioni, a partire dalla terra, la madre, la base, l'origine. Sarebbe come osservare una torre bianca e nera da una distanza troppo grande: i colori perderebbero la loro armoniosa polarità e tutto recederebbe nell'indistinto e nella confusione. La cultura indovedica ci fornisce gli strumenti per com-prendere e applicare tutto questo nella vita quotidiana. Un insegnamento che, come vedremo nei prossimi giorni, è condiviso anche da parte della cultura nuragica.

 

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