Yoga Retreat Sardegna - Diario 22 maggio 2019

Nella giornata di oggi, onoreremo la potenza dell'Acqua, elemento fresco, mobile, accogliente, che fluidifica con paziente dolcezza, assumendo la forma del contenitore che la accoglie e trasformandolo dall'interno.

Le forme che l'acqua può assumere sono infinite. Così come lo sono le asana, le posizioni yogiche che, appunto, i saggi della tradizione hanno paragonato alle onde del mare, tanta è l'estensione del loro numero e delle loro possibili combinazioni. Infiniti sono anche i nomi che il divino può assumere, nelle diverse culture e tradizioni, per rendersi manifesto all'uomo nella dimensione del sacro. Nomi che sono tutti riconducibili a una unica matrice archetipa assoluta.

Dopo la meditazione mattutina e la pratica yoga, il nostro viaggio di esplorazione alla ricerca del sacro sul territorio sardo prosegue. Ci dirigiamo alla volta di Monte Sirai, uno splendido altopiano nei pressi di Carbonia, celebre per il sito archeologico fondato dai Fenici di Tiro, ma utilizzato sin dal Neolitico.

Qui parliamo degli aspetti ingegneristici e archeologici, ma anche mistici e devozionali, che caratterizzano queste costruzioni millenarie, sin dal momento della loro progettazione. Vivere una tradizione spirituale significa stringere un rapporto quotidiano con la Realtà suprema. E tutto questo si manifesta in ciò che facciamo, compreso quello che costruiamo. La monumentalizzazione del sacro, che costituisce l'elemento saliente di questo antichissimo sito, ne è un esempio e una prova.

Gli antichi abitanti di quest'isola avevano intuito che il rapporto con il sacro si svolge all'interno di tre direttrici fondamentali: la scelta del luogo propizio, la codificazione di un sistema di segni, una ritualità condivisa.

Il luogo propizio è scelto sulla base di una serie di principi geometrici arcani, volti a collocare il rapporto uomo-Dio sull'asse anabasico, verticale e ascensionale, che collega senza interruzioni né deviazioni il microcosmo con il macrocosmo, il relativo e l'Assoluto. Questi principi sono comuni a quelli di cui si parla nel Vastu Sutra Upanishad, l'antico trattato di architettura, i cui diagrammi compositivi, utilizzati nella cultura indovedica per ideare, progettare e infine erigere gli edifici, sono anche potenti dispositivi che servono ad attivare, potenziare e mantenere costante il contatto con il divino.

Il sitema di segni è costituito dalle strutture architettoniche, dalle più complesse, come i nuraghi, le tombe dei giganti, i pozzi sacri e le domus de janas, ma anche le steli litiche, come i menhir. Un linguaggio antico e primordiale che usa la stabilità inamovibile della pietra per comunicare all'uomo le qualità essenziali dell'Assoluto. Dicono le Upanishad che "l'azione rappresentativa conferisce il bhava [l'eperienza del divino], alla persona che osserva". Analogamente, attraverso la fruizione e, ancora prima, la progettazione stessa di questi monumenti in pietra, gli antichi abitanti di questi luoghi accedevano al divino. Lo stesso può accadere a noi, instancabili esploratori dell'anima, nel momento in cui mettiamo mettiamo piede in questi luoghi.

Il rito è il terzo importante aspetto della monumentalizzazione del sacro, di cui stiamo facendo esperienza oggi. Esso è una componente di cruciale importanza per rendere attivo e dinamico il ponte tra materia e spirito attraverso questi edifici. Senza le azioni ripetute e compiute secondo schemi precisi, in luoghi propizi, il cerchio che collega l'uomo al divino non potrebbe suggellarsi. Questa prospettiva favorisce appunto il rapporto dell'uomo con l'Assoluto, attivandolo e mantenendolo costante nel tempo.

La lezione pomeridiana ci conduce allo splendido Tempio di Antas, situato vicino a Fluminimaggiore e collocato al centro di una vasta area boschiva, composta per la maggior parte da lecci antichissimi. Qui parliamo di un'altra forma attraverso la quale la spiritualità di ogni tempo, da quella indovedica a quella sarda, ha modellato il rapporto con il divino, sacralizzando questa relazione così importante e allo stesso tempo complessa. Si tratta dei nomi di Dio. Ad oggi sappiamo che in Sardo esistono almeno nove differenti epiteti attraverso i quali gli abitanti di quest'isola si sono appellati all'Assoluto. Tra questi, Ani, Babai, El e Iaccu costituiscono alcuni interessanti esempi. Lungi dal costruire un pantheon fatto di molteplici divinità, gli antichi sardi intuivano che dietro alle diverse manifestazioni del nome divino esiste una unica matrice spirituale. Anch'essi, dunque, come la cultura indovedica, condividevano l'idea di un "politeismo polimorfico", un enoteismo in cui il Signore Supremo ha infiniti volti e nomi, ma è un'unica Persona.

Così come non c'è limite alle onde del mare, allo stesso modo non c'è limite ai nomi di Dio. Nell'orizzonte spirituale c'è posto per tutti i modi di vedere e nominare il divino: Krishna, Allah, Dio, Babai sono epiteti che uniscono, non dividono, coloro che siano sinceramente impegnati nella ricerca spirituale. Allo stesso modo, chiunque può cantare il Mahamantra, perché chiunque può accedere al dominio dello spirito.

 

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